Sylvia Plath recita la poesia Daddy

Ho una passione per tutto ciò che riguarda il passato e i personaggi tormentati e geniali che lo hanno caratterizzato. Le anime buie trovo siano le più affascinanti.
Sylvia Plath era un’anima buia perché in contrasto con se stessa e con il suo tempo, era tormentata dal proprio ruolo sociale come donna e soffriva immensamente per un male oscuro che oggi verrebbe curato con una somministrazione massiccia di pillole e un costoso psicanalista.

Negli anni sessanta non era accettabile che una donna si comportasse in maniera non conforme agli schemi e un atteggiamento simile era considerato folle. L’ansia, la paura e l’insicurezza unite alla fragilità dello spirito, il non sentirsi in se nel ruolo imposto dall’esterno erano questioni su cui si poteva sorvolare solo a seguito di un ricovero in clinica con tanto di terapie d’urto come quella inutile dell’elettroshock. Sylvia Plath soffriva tantissimo e sapeva ben tradurre su carta i suoi tormenti.

In particolare, degli scritti di Sylvia Plath (purtroppo ancor poco) che ho avuto modo di leggere finora, mi ha colpita la poesia Daddy. Dedicata alla figura ambigua e autoritaria del padre, sferra forti stoccate al rapporto di quest’ultimo con lei e con la madre e lascia trapelare la sofferenza per un legame mai veramente nato. Di questa splendida poesia ho trovato una registrazione dove Sylvia Plath la recita. La registrazione, se non ricordo male, venne fatta per un progetto futuro o per un programma radiofonico. La sua voce è splendidamente greve.

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