Frank [2014] di Lenny Abrahamson

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Alla fine mi sono vista Frank, dell’esordiente Lenny Abrahamson. Un film che definire particolare pare riduttivo ed in cui il protagonista principale è quasi sempre coperto da una maschera di cartapesta dai grandi occhi azzurri dipinti sopra.
Sotto la maschera del problematico protagonista di Frank c’è Michael Fassbender (Hunger, Shame, Inglorious basterds) che interpreta un musicista malato di mente a capo di una improbabile band dal nome impronunciabile (Soronprfbs) composta  da disadattati con bizzarre idee sulla musica.

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Quando il tastierista del gruppo cerca di affogarsi sulle coste inglesi viene sostituito con Jon, un aspirante musicista dal lavoro monotono e con una fissa per i social network come Twitter e YouTube. Jon, dopo una prima strana esibizione interrotta da un crollo emotivo di Frank, vienpe assunto a tempo pieno e gli viene proposto uno spostamento in Irlanda per registrare l’album del gruppo. La continua esposizione ai social network permetterà alla band di compiere un importante balzo in avanti, ma i problemi dei vari membri del gruppo e l’eccessiva esuberanza mediatica di Jon porteranno i membri a disgregarsi a poco a poco.

Non possiamo definire Frank un film musicale, né un film di carattere psicologico: è un viaggio nel mondo assurdo e parallelo di una manciata di individui che ignora l’esistenza di altro dai loro mondi interiori e, soprattutto, ignora l’esistenza dei social network e delle possibilità che, nel bene e nel male, questi possono offrire. Un trentenne squattrinato che vive ancora con i genitori e perennemente in necessità d’informare Twitter di ogni suo spostamento e di ogni sua vicenda umana viene violentemente catapultato dal manager /ex tastierista della band in un universo di degenerazioni e sperimentazioni musicali che non lo arricchisce, non lo stimola, anzi. Jon viene spinto sempre di più verso il naturale atteggiamento di chi, oggi, con occhi popolari e ingenui, scopre qualcosa di alternativo e nuovo e come unico pensiero sviluppa quello di renderlo famoso e guadagnare fama e rispetto da questa scoperta. Jon vede nei Soronprfbs e in Frank qualcosa di estremamente originale laddove il resto del mondo percepisce solo mancanza di talento musicale e bizzarria e crede possibile la realizzazione del sogno americano per un gruppo che non ha mai realmente desiderato nemmeno quella del sogno inglese.

Frank è un entusiasta, uno sperimentatore azzardato ed estremo che sfrutta per ottenere un suono qualsiasi strumento possibile: spazzolini da denti, grattuge per formaggio, tronchetti d’albero, foglie e cianfrusaglie assortite. Perfino i balzi e lo scrosciare dell’acqua divengono suoni utili per presenziare in un album, ma solo se il risultato finale è rigorosamente autoprodotto. Il suo volto nascosto è il perno su cui gravita la parte meno greve del film, quella più leggera e per certi aspetti anche comica. Coperto da quella maschera di cartapesta che egli indossa perfino per dormire, Frank si sente sicuro, nasconde sé stesso e le sue espressioni ed emozioni al mondo, non deve guardarsi mai realmente allo specchio, non deve mai realmente affrontare gli sguardi della gente su un matto. La maschera rappresenta la soluzione che la mente in difficoltà di Frank ha trovato per sopprimere il disagio che percepisce dentro di se e trovare un modo accettabile di presentarsi al mondo.
La maschera gli permette di essere tutto ciò che non è: un impavido, un coraggioso, un ironico, un divertito e divertente personaggio dalle fattezze inverosimili che vede più follia negli altri che in se stesso. Non appena la maschera viene tolta, l’estrema fragile umanità di Frank si rivela in tutta la sua forza e la realtà appare chiaramente per ciò che è.

Il personaggio di Clara, ben interpretata da Maggie Gyllenhaal, è quello di una donna innamorata o affezionata all’essenza più profonda dell’uomo Frank, che prevede i rischi di quanto sta accadendo nella vita, dall’equilibrio delicatissimo, di Frank e degli altri membri del gruppo e cerca in ogni modo di ostacolare Jon nella sua impresa.

Le considerazioni su quanto possa essere gravosa la follia e le considerazioni sulla banalità di questo grande male vengono delicatamente sfiorate sul finire del film, che non ha mai intento analitico. Semmai l’intento è di mostrare piuttosto che dimostrare, rappresentare un fatto di vita che come margine non ignorabile ha la malattia.
Pur ispirandosi a un personaggio realmente esistito e divenuto famoso nel Regno Unito a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, tal Frank Sidebottom, quest’ultimo viene solo preso come spunto per raccontare la vita di un personaggio che può considerarsi un ultimo e che non chiede altro di continuare ad essere quel che è con le sicurezze necessarie e strampalate melodie prodotte per “rallentare la malattia”.

Efficacissima l’interpretazione di Fassbender che, dopo ruoli ben più fisici di questo (pensiamo solo a Hunger o a Shame), dimostra di saper ben destreggiarsi in ruoli in cui la sua bellezza viene penalizzata o, quantomeno, parzialmente nascosta.

 

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