Nymph()maniac, la vendetta

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Potrei dire di non aver spoilerato nulla di questo film, qui sotto. Mentirei, perché probabilmente, pur cercando di dire il minimo, ho già detto troppo. Nulla di essenziale, ma se non amate alcun tipo di preavviso e anticipazione di genere, leggete il tutto a fine aprile dopo aver visionato per intero Nymphomaniac.

Non so bene come scrivere e cosa scrivere a proposito di questo film. L’ho visto integralmente e mi sento estremamente ignorante, ora come ora. Colgo mille spunti, mille discorsi possibili da potersi fare riguardo ciò che emerge da questo film tanto da non sapere bene nemmeno da quale cominciare.

Potrei cominciare dai rapporti umani che vengono fuori nel film, seminascosti con estrema cura sotto strati inesorabili di cinismo, anaffettività e sesso. Il film non è mai volgare, però, non cade mai nell’eccesso, non è quel porno legalizzato che tutti ritengono sia (e che anche io, inizialmente, pensavo potesse essere). È un ritratto spietato e cruento di una donna la cui fissazione per il sesso diviene punto nevralgico di un discorso ben più ampio riguardante i ruoli e le imposizioni di carattere sociale. Una donna che le prova tutte, ma veramente tutte, pur di soddisfare la propria inestinguibile fame di sesso e di appagamento psicofisico.

Il dolore di Joe, le speranze di Joe, la felicità inesistente di Joe: tutti questi elementi passano attraverso l’atto sessuale, rigorosamente privato della propria connotazione amorosa e sentimentale. O forse no.

È un film che nella sua interezza (parte I e parte II) lascia perplessi e basiti: non fornisce risposte, semmai spinge a porsi una infinità di domande sulla figura difficile e testarda della protagonista, che si definisce quasi orgogliosamente una ninfomane. “I’m a nymphomaniac” rivela al piccolo gruppo di consulto cui viene spedita da una datrice di lavoro giudicante e insoddisfatta delle prestazioni (lavorative, in questo caso) della donna.

Non è un film d’amore, né sull’amore: la protagonista non ama che il proprio continuamente insaziabile desiderio che prevarica anche certi dogmi sociali e familiari da sempre più o meno propriamente attribuiti alla donna, dei quali fanno parte anche doveri coniugali e doveri nei confronti della prole.

È un film talmente ricco e complesso da risultare difficilmente raccontabile se non a rischio di rivelare una buona dose di trama, mentre la vera forza di questa pellicola sta nel non essersi realmente mai svelata troppo, ancora di più con il trailer che in parte è largamente fuorviante. Non ci si trova di fronte a un film strapieno di sesso e privo di qualsiasi fondamento logico, ma a un film con una pesante struttura narrativa dove ogni capitolo è da leggersi con estrema cautela. Si tratta di un enorme gioco ad incastro, da alcuni definito quasi ironico e che io, invece, nella mia probabile ignoranza, definirei grottesco.

La trama, così come il trailer, rivela in realtà assai poco del film: Joe è una donna autodefinitasi ninfomane che viene raccolta dopo un pestaggio da un individuo di nome Seligman, al quale la donna decide di raccontare la sua storia partendo dall’infanzia. La storia, però, concentra le proprie attenzioni sulla sessualità precoce e procace della ragazza, vissuta con un forte complesso di colpa con il passare del tempo e le prime prese di coscienza di costruire una “macchia” in termini di società a stampo borghesotto.
I paragoni con Shame, vi prego, evitiamoli. Joe condivide forse qualche aspetto del comportamento di Brandon, il protagonista di Shame, ma le somiglianze terminano quando si scopre che dietro il comportamento di Joe si nascondono problematiche complesse e completamente raccontate e presentate allo spettatore.
Laddove McQueen non rivela nulla del passato e delle ragioni per cui Brandon è giunto a soffrire così profondamente, Von Trier squaderna tutto, motivazioni, ragioni e pensieri di una donna testarda e forte, laddove Brandon è in realtà insicuro e fragile.

Donna / Uomo: una dicotomia profondamente esaminata in questa pellicola, pessimistica nei confronti del maschio, nei confronti della figura onnipresente e violenta dell’uomo e verso l’androcentrismo mostrato dalla società odierna. È un film senza collocazione temporale eppure valido per più di un decennio. Nulla ci permette di collocare il film temporalmente, per assurdo nemmeno il vestiario dei protagonisti che rimane pressoché sempre identico, quasi si trattasse di figure simboliche anziché di semplici personaggi. Joe indossa sempre lo stesso insieme di abiti, composto da gonna fino al ginocchio-camicia-giacca-cappotto tranne qualche sporadico tentativo di approcciarsi agli uomini irrigidendosi in cappotto-giacca austera-camicia-pantaloni. La figura femminile in generale, poi, viene rappresentata in un abbigliamento che definirei tipico; quella maschile non si distanzia granché da questo tipo di impostazione visiva.

L’uomo esce da questo film raffigurato come un perfetto imbecille. Oserei dire che la figura che mi è risultata più simpatica sia quella di “K”, il personaggio interpretato da Jamie Bell. Chi, per puro caso, dovesse aver già visionato la parte II del film potrebbe obiettare con uno sguardo contrito e disapprovante, lo so. Ma è probabilmente colui che ne esce meglio, in tutta quella marmaglia di esseri disturbati, bastardi e irrispettosi: colui che meglio riesce a sublimare il proprio ego disturbato in modo da non nuocere realmente a nessuno, in un rapportarsi schietto ed esplicito rispetto a ciò che è e ciò che fa. Mentre il personaggio che fa da perno a buona parte del racconto di Joe, Jerome (interpretato, nella fase giovanile e di giovane adulto, da un ottimo Shia Labeouf) è un vero figlio di puttana: un rifiuto sociale, dalla prima all’ultima scena nella quale appare. O meglio, ci sarebbe un momento nel quale potrebbe elevarsi e divenire un uomo con i connotati, ma la spreca inesorabilmente. Il personaggio più disgustoso del film è lui, fuori da ogni possibile dubbio.

La figura di Joe (Stacy Martin / Charlotte Gainsbourg) è una figura bella, interessante. Disturbante come deve essere, ma ben sviluppata. Mi sono sempre interessata alla meccanica, dice di sé: non a caso se ne intende di motori, crescita delle piante ed armi, ma è completamente ignorante per quel che concerne letteratura, filosofia e quant’altro. Il suo interesse non è giungere al significato delle cose, ma capire il modo tramite cui queste accadono e funzionano. Ha un carattere molto duro, soprattutto verso sé stessa e non concede amore o fiducia. Quando lo fa, ne paga caramente le conseguenze.

Gli attori di questo film sono ineccepibili, dal primo all’ultimo; dalla comparsa di cinque secondi a quella di due ore e passa, nessuno sfigura nel proprio ruolo. Jamie Bell mi ha piacevolmente stupita in un ruolo pazzesco, dove riesce a unire dolcezza e crudezza insieme; Mia Goth è brava, giovanissima e fredda al punto giusto, un mostro (e non mi sbilancio oltre).
Shia LaBeouf, poveretto, che tanto è stato deriso e denigrato per i suoi human behaviours al Festival del Cinema di Berlino, è bravissimo, un perfetto bastardo e al diavolo se ha gironzolato sul red carpet con un sacchetto in testa, può permetterselo, eccome.

Stellan Skarsgard ha forse il ruolo più difficile e complesso, che regge in maniera superba fino all’ultimo minuto di film. È un uomo di infinita cultura ed infinita debolezza, molto umano ma anche bestiale. Il personaggio che più mi ha turbata di tutto il film è proprio il suo Seligman. A questa inquietudine ha probabilmente dato manforte la straordinaria altezza di questo attore svedese, almeno 2 metri. E pensare che la cinematografia americana lo relega sempre a ruoli da comprimario: scemi loro.

Ultimo dettaglio, le musiche: dalla musica di testa dei Rammstein a Bach e Beethoven, è tutto un piacere per le orecchie e i sensi. La scena dove Seligman spiega a una curiosa Joe la polifonia tramite Bach è sublime, vale la pena di attenderla anche solo per Bach. Sorvolo elegantemente su Fibonacci e su ciò che mi risulta di difficile comprensione riguardo alle teorie dei numeri alla base dell’armonia in arte e musica, poiché per quanto concerne l’arte potrei cavarmela, ma per la seconda avrei bisogno di quell’orecchio musicale che mi manca così tanto. Amare la musica è ben differente dal comprenderne le sfumature più nascoste, ahimè. Posso però dire che la polifonia di cui parla Seligman, Von Trier la applica nel montaggio, con quegli spezzoni che inserisce durante i monologhi dotti di Seligman e che rendono più vivo e vibrante un raccontare che altrimenti risulterebbe noioso e difficile da seguire e che Joe per prima spesso non comprende. Incomunicabilità. Fra i due non sembra esservene, ma a un’occhiata più attenta se ne ritrovano segni abbandonati qua e là.

Nel complesso la prima parte e la seconda parte meritano allo stesso livello, per quanto personalmente la prima parte (meno cupa, meno pessimistica) mi sia sorprendentemente piaciuta di più: ne ho compreso il significato in maniera forse più forte anche perché mi trovo nella fascia di età presa in esame da Joe nella prima parte, chissà. In Italia uscirà il 3 aprile e il 23 aprile, suddiviso in due parti a distanza di tre settimane per una furbata pubblicitaria mica da poco, lo capirete visionando il modo nel quale termina la seconda parte: a quel punto vi risulterà quasi impossibile attendere venti giorni per vedere la seconda! E badate alla censura, che dicono pesante: il film dura qualcosa come quattro ore totali (addirittura sembra dovesse durare anche di più, ma il regista ha tagliato alcune scene per snellire il prodotto e renderlo più semplice da distribuire) e a mio avviso se scovate qualche cinema che lo propone in lingua, preferitelo alla versione doppiata in italiano.

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