Radical chic

Questo signore qua è Mino De Santis ed è un cantautore pugliese.
Dopo questa introduzione molto alla Pif (immaginate un’inquadratura sua tipica del soggetto in questione che esibirà sguardo finto smarrito o perplesso), passo al succo del problema da cui è nato questo post: i radical chic.
Fino a ieri non mi ero posta troppo il problema, chiamando chiunque mi sembrasse fighetto e finto alternativo hipster . Sembra che questo termine non sia abbastanza, per questo esiste il concetto di radical chic.
Il radical chic è un tipo sociale che, pur avendo denaro, finge di non averne e veste di abiti usati e cappelli vintage; è quello che mangia biologico e ordina la pizza bianca se andate al ristorante perché è vegetariano; è quello che parla di politica anche mentre mangia in qualche bettola ricercatissima frequentata da altri tipi della sua specie che sorseggiano vino rosso con aria da intenditori e addenta una fogliolina di insalata -bio, per carità; è quello che parla di inquinamento e gira con una bicicletta da 900 euro; è quello che grida contro la globalizzazione ma c’ha l’iPod-l’iPad-l’iPhone-l’iMac; è quello che gira con le scarpe rotte e i pantaloni devastati e la kefiah ma c’ha papino che gli sgancia 500 euro al mese e non per l’affitto del suo appartamento finto trasandato. Sono certa conosciate anche voi qualcuno così, che legge riviste di architettura dal peso specifico di 80 kg e parla di buco dell’ozono e di risparmio energetico ma guida una Mini a benzina; che vi guarda soddisfattissimo se non conoscete un gruppo di musicisti di ukulele provenienti dalla Groenlandia che ha sentito solo lui a un concerto per pochi eletti consapevoli mesi fa a Milano; il radical chic è quello che mette in bella mostra in libreria i mattoni di Tolstoj pur avendone letto solo il risvolto di copertina; è quello che cita Kant ma non ha idea di quale caspita sia il messaggio che ha voluto trasmettere; è quello che ascolta Guccini, De André e sputa su qualsiasi altro genere musicale; è quello che ama Ludovico Einaudi (credo che questa sia la prova assoluta che vi troviate di fronte ad un radical chic: Einaudi, cristodio, buono per dormire ma stop).
Ebbene, io ho conosciuto ben pochi radical chic, perché diciamocelo, dopo due minuti che ci parlo mi viene sonno, ma tra quella manciata di tipi umani di questa categoria che ho conosciuto, spicca su tutte la signorina P. La chiamerò signorina P. perché anche i radical chic necessitano della loro discreta dose di anonimato, per non diventare troppo mainstream.
La signorina P. giungeva in hangover perenne a qualsiasi occasione di vita durante le ore di luce diurna indossando abiti fintamente abbinati a caso e scarpe fintamente da barbona ma che in realtà costano intorno ai 200 / 300 euro e su di lì. Leggeva riviste dal prezzo fisso di 12 euro e su di lì tipo Wallpaper, per intenderci (bellissima rivista, ma il prezzo è decisamente eccessivo per acquistarla con cadenza regolare) o, che ne so, Mucchio o Domus (stesso discorso di cui sopra) e mostrava ogni sacrosanta cosa le piacesse sul proprio iPad (ella) 3G Wi-fi con custodia finto semidistrutta sostituita di lì a pochi mesi con una custodia nuova di pacca. Costei lamentava le difficoltà economiche dei giovani pur essendo over over 30 ed avendo un cospicuo gruzzolo monetario da parte per sua candida ammissione. Frequentava circoli di intellettuali sorseggiando vino per sopportarne la presenza e immortalava sé stessa nei diversi specchi dei diversi luoghi nei quali si trovava a viaggiare o a presenziare.
Le sue citazioni colte e il suo continuo dialogare con sé stessa in un lungo monologo che unicamente lei poteva comprendere e il suo ironizzare sugli ambienti radical chic la rendevano così spaventosamente radical chic da farmi desiderare di entrare nell’ambiente umano che ci trovavamo a frequentare assieme vestita di nero con borchie di metallo, trucco pesante e sguardo da carneficina (tipo questo) attaccando un pesante growling metal di modo da ostruirle in maniera eterna il condotto uditivo con una sfilza di fastidiosi suoni gutturali che tieniti. Ma non l’ho mai fatto. Non l’ho fatto di fronte alla sua probabile voglia irrefrenabile di citare per l’ennesima volta “I cento passi” parlando di politica e mafia; non l’ho fatto osservando il suo trucco finto sfatto del lunedì mattina; non l’ho fatto squadrando comicamente la sua piccola pancetta da alcolici; non l’ho fatto ammirando l’ennesimo abbinamento ballerine+calzini a righe del venerdì pomeriggio; non l’ho fatto vedendola mangiare carote con la buccia senza lavarle.

E sapete perché? Perché in fondo, questa strana tizia un po’ turbante, mi faceva pure sorridere. Perché che cavolo, chi non vorrebbe vedere una probabile sé stessa di lì a 10 anni che ti grida, dal profondo di ogni sua azione: passa al lato oscuro, C.! Noi abbiamo l’iPad! Noi abbiamo le erbette biologiche! Noi mangiamo i cappelletti destrutturati! Noi adoriamo Carlo Cracco! Noi adoriamo gli architetti! Noi veneriamo solo ed esclusivamente le Clarks ma bruceremmo le Birkenstock perché ci fanno schifo i piedi! Noi amiamo Nanni Moretti e quella scena della Nutella in “Bianca”!

Cara signorina P., sappi che hai allietato i miei giorni e che, ovunque tu sia, mi ricorderò per sempre della tua biciclettina e della tua proverbiale incapacità di frenare senza ribaltarti. Grazie di tutto. Nessuno abbinerà così fintamente casualmente male gli outfit come te.

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