Bronson [2008], Nicolas Winding Refn

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A Nicolas Winding Refn piacciono le sonorità molto anni ’80. E’ la prima considerazione che mi viene da fare su un film come Bronson, e ammetto che non sia una delle più brillanti ed originali. Ma è così, anche se poi ci stupisce con la musica classica, come fu per la lirica nel bellissimo Drive, lungometraggio temporalmente successivo a questo e più conosciuto.
In Italia, come sempre (ormai mi sento scontata a ripeterlo), questo film è arrivato in ritardo e i fighettini del cinema acculturato ne sono venuti a conoscenza solo ultimamente, e questo spiega la loro incontrastata adorazione nei suoi confronti da parte loro.
Ritengo che sia fuorviante la dicitura del poster in lingua che vede Bronson come una Arancia Meccanica del 21° secolo: Arancia Meccanica parlava della violenza più pura ed ingiustificata di un gruppo ben organizzato di persone fortemente disturbate ma non solo, era decisamente più denso e complesso di quanto ad alcuni non possa sembrare perché trattava sopratutto di un individuo che dovrebbe essere reinserito nella società cosiddetta normale (pesantemente criticata dal maestro Kubrick) ma che viene portato inevitabilmente ad essere quello che la società realmente vuole che sia, ovvero un rifiuto sociale. Nel caso di Bronson, al di là di alcune assonanze come le difficoltà di vivere una vita umanamente accettabile all’esterno di una prigione, vediamo  un uomo creare (o tentare di creare) una leggenda di sé stesso attraverso comportamenti da gradasso estremamente violenti, che ama essere rinchiuso in carcere e che sfrutta la violenza come unico mezzo per farsi notare.
Al di là di questo, il personaggio di Bronson viene dipinto come quello di un frescone ingenuo cresciuto da una madre estremamente accondiscendente e da un padre freddo e distaccato nell’Inghilterra degli anni ’70, che picchiava bambini ed insegnanti per difendere sé stesso e per fare il grosso davanti agli altri.

La trama, seppur cronologicamente sballata ed intervallata da bei monologhi di Tom Hardy su un palcoscenico, è questa: Michael Peterson è un ragazzo inglese che conosce come unica arma di comunicazione, la violenza. Cresciuto da una madre protettiva ed accondiscendente e da un padre fondamentalmente assente e disinteressato, a 19 anni rapina una banca e viene condannato a 7 anni di prigione.
La prigione lo rende sempre più violento e la nomea di detenuto più violento del paese non tarda ad arrivare, assieme a svariati anni di isolamento. Dopo l’ennesimo episodio di violenza contro le guardie della prigione, Peterson viene spedito in una casa di cura dalla quale cerca disperatamente di uscire e vi riesce con una protesta di cui vengono mostrate le immagini di repertorio riprese durante la vera protesta tenuta dal vero Peterson.
Il nome Charles Bronson (che è stato un attore di film non sempre memorabili molto conclamati ed è morto nel 2003) viene deciso da un ex detenuto magrolino che Peterson incontra durante un periodo di libertà durato appena 69 giorni, durante i quali l’uomo tenta di inserirsi nel mondo delle lotte clandestine scazzottandosi con qualche avversario meno muscoloso di lui.
Charles Bronson diviene l’alter-ego di Michael Peterson, che continua ad essere rinchiuso in carcere dopo 34 anni di prigionia e 30 anni di isolamento.

Non si può dire che questo film parli di un personaggio positivo, né tantomeno di un personaggio particolarmente intelligente. Nicolas Winding Refn ha letto la biografia di Peterson ma l’ha subito ignorata per concentrarsi sulla creazione di una storia per il film, che non è quindi totalmente biografico ed attinente a fatti reali.
L’elemento di interesse della pellicola (che altrimenti sarebbe l’ennesimo film su un uomo violento) è la presenza di una serie di spezzoni in cui Charles Bronson si trova su un palcoscenico teatrale, truccato con un cerone bianco / nero, e attraverso un monologo quasi interiore ci presenta la sua vita in un ordine cronologico totalmente inattendibile e sballato.
Tom Hardy è stupefacente, davvero un talento nato per fare cinema, estremamente poliedrico e abilissimo nel mutare il proprio aspetto fisico a seconda del personaggio interpretato. Non parlo solo di massa muscolare, che in questo film non manca, ma oserei dire di fisionomia: sfido chiunque a vedere Hardy in questo film e a poter tranquillamente riconoscerlo in film come Warrior dove quasi si confonde con l’attore che interpreta il fratello. Se lo avete visto in The dark knight rises vi chiederete comunque se si tratta dello stesso attore per la sua ottima capacità di modificazione della tonalità vocale che a questo punto penso non fosse determinata unicamente dalla maschera, nel film di Batman. Insomma, è davvero un talento e in questo film si dona completamente al regista e da fondo a tutta la sua bravura, creando un personaggio da qualcuno che già esiste rinnovandolo e distaccandolo dalla realtà.
Fondamentalmente, Bronson è pazzo. E stupido. E’ convinto di amare una donna solo perché ci ha fatto sesso e ha rubato un anello per lei e la sua violenza ha la finalità di farlo diventare famoso, a sua detta, mentre in realtà lo costringe sempre più a rimanere chiuso in carcere, luogo nel quale l’uomo si trova incredibilmente a suo agio.
Il carcere, appunto: il luogo che lo contiene ma che allo stesso tempo lo spinge a far esplodere una vena di violenza ancora più inaudita di quella che avrebbe avuto all’esterno della prigione. L’isolamento lo rende sempre più fanatico su sé stesso e nemmeno l’essere relegato in un manicomio per qualche anno lo rende meno fissato sul dover essere assolutamente qualcuno.
La prigione e la contenzione psichiatrica vengono criticate, se non altro osservate con una vena polemica che probabilmente non tutti riscontrano: la prigione senza alcuna attività alternativa al girare in tondo nelle proprie minuscole celle, le finestre piccolissime che non lasciano nemmeno entrare un raggio di luce, le guardie che picchiano selvaggiamente Bronson per contenerne la violenza, l’assenza di qualsiasi attenzione per il detenuto, il modo crudele di sbeffeggiare un uomo poco intelligente e il soffocamento di qualunque tentativo di permettergli di produrre qualcosa di decente anche fra le mura di una prigione (vedi quando comincia a disegnare e si dimostra anche discreto,  ma il direttore della prigione ignora questo suo tentativo con conseguenze esplosive).
L’ambiente del manicomio viene descritto come un luogo senza regole, abbandonato a sé stesso, dove l’unica cosa che viene fatta è imbottire i pazienti di medicinali lasciandoli rincoglioniti e quasi catatonici sulle poltrone e proponendo loro attività terribili e ripetitive per tenerli buoni e farli impazzire ancora di più.
Come però dicevo qualche riga più in alto, non è un film su un personaggio positivo, nonostante non sia un killer psicopatico si tratta di un personaggio violento la cui violenza viene smorzata attraverso il monologo che Hardy regge magistralmente e che rappresenta la parte più bella del lungometraggio, dove leggiamo chiaramente la psicologia di un personaggio che non capiremo mai se ci è o ci fa tanto i suoi comportamenti sono pazzeschi seppur non inspiegabili.
La volontà di Bronson è quella di stare in gabbia perché è un inetto e non sa gestire la propria vita all’esterno, non sa gestire rapporti umani normali, men che meno sa relazionarsi affettivamente a qualcuno che non sia il proprio ego. Non sa vivere normalmente e il carcere lo aiuta a mantenere un equilibrio, seppur attraverso esplosioni di violenza continue che lo portano solo a un inesorabile isolamento sempre più duro, rappresentato nel film dal restringimento della gabbia nella quale viene rinchiuso per impedire che prenda a pugni e calci le guardie che puntualmente devono interagire con lui per azioni quotidiane nel carcere. La gabbia come libertà, anche se forse dare un senso quasi filosofico a questo film potrebbe risultare senza senso. Senza senso ma giustificabile laddove non si veda in questa ora e mezzo di pellicola solo un film violento e da machi destinato ai soli uomini e sopratutto ai soli uomini che vogliano vedersi un film spaccatutto.
State a casa, perché Bronson è a un livello superiore.

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n.b. fotografia, tecniche di regia… So di averle escluse da questa recensione, è che Tom Hardy regge tutto il film sulle sue spalle enormi e non sono stata capace di concentrarmi che sulla sua prestanza fisica ed attoriale. Una piccola nota voglio invece farla sulla propensione di questo bravo e bel figliolo di mostrarsi completamente nudo di fronte alla macchina da presa e mai in maniera gratuita. Finalmente uno con una coscienza del corpo come mezzo espressivo. Non a caso è anglofono come Michael Fassbender *(seppur quest’ultimo naturalizzato irlandese ma di origine tedesca).

*ho inserito appositamente una succulenta foto di Fassbender nel link per permettere alle fanciulle visitanti di apprezzare altra carnazza, se già non ce ne fosse abbastanza nell’articolo.

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