Hunger [2008] di Steve McQueen

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Premessa: ho cercato il film, ci ho messo tanto e mi sono imbattuta almeno quaranta volte su qualche collegamento, link, video, immagine ecc. che riportava al ben più famoso (al momento) The hunger games, film in tre atti o più (non ricordo) che attrae orde di ragazzine manco fosse Twilight. Non voglio forzatamente criticare coloro che guardano questa tipologia di film perché anche io guardo stupidaggini, di quando in quando. Però. Per la miseria. So che è sempre stato così, ma almeno un tempo la considerazione che veniva data alla qualità dei film prodotti era maggiore e quelli davvero ben fatti venivano riconosciuti ed osannati a dispetto di quei film macinasoldi sullo stile di The hunger games che non hanno nessun tipo di stile registico, la fotografia non è minimamente ricercata ed è sullo stile “spariamo a mille la saturazione e rendiamo più blu gli occhi blu dei protagonisti” basati esclusivamente su impostazioni di mercato e di richiesta da parte di un pubblico di ragazzini che ormai si guarderebbe pure un quadrato rosso su sfondo nero mandato in loop per tre ore se gli venisse detto che è una roba figa da guardare.
Perdonate la vena un pelino pedante e polemica, ma mi sono decisamente rotta le scatole di questi film, che alla fine potrebbero essere tranquillamente ridotti a blockbuster di seconda scelta se non fosse per i soldi che fanno guadagnare.
Tutto questo per introdurvi Hunger, vittima di misunderstanding da parte di Google per qualche minuto, film di esordio di Steve McQueen (omonimia a parte, lui è nero e ha un supersorrisone) datato 2008 ed uscito in Italia dopo quattro anni di attesa a seguito del ben più noto Shame sempre dello stesso McQueen. I quattro anni di stop sono incomprensibili solo in parte, ma pur sempre ingiusti: come nel caso di Blue Valentine, anche qui un film interessante e ben girato è rimasto fuori dal nostro paese per un tempo incredibile. Ed è un vero peccato.

AVVISO: come sempre, non amo spoilerare i film ai lettori, ed anche in questo caso ho evitato di raccontare i punti salienti del film svelandone la conclusione. Tuttavia, ho descritto alcune sequenze con attenzione, perciò consiglio di guardare il film prima di leggere l’articolo, di cui vi metto il link streaming qui se siete interessati. In lingua originale è decisamente meglio, ma sono riuscita a trovare solo questo, purtroppo.
Non conoscevo -beata ignoranza- pressoché nulla riguardo l’IRA, se non l’essenziale alla sopravvivenza. Ancor meno sapevo delle proteste organizzate nel 1981 dai membri del gruppo irlandese denominate “della coperta” e “del non lavarsi”, consistenti nel non indossare gli abiti previsti per la prigionia e nel non lavarsi e tagliarsi barba e capelli. Ero quindi preoccupata di non riuscire a comprende appieno tutti gli aspetti del film, sopratutto sotto il profilo politico. McQueen invece si dimostra saggio e fornisce brevi pillole, durante la pellicola, per permettere anche allo spettatore meno avveduto di comprendere la difficile situazione politica dell’Irlanda di quel periodo: lo fa dapprima fornendoci una breve spiegazione scritta di ciò che sta accadendo, poi facendoci ascoltare i comizi pubblici della Tatcher riguardo la situazione politica e la sorte dei prigionieri della IRA.
La trama, brevemente: Irlanda, 1981. I prigionieri membri della IRA richiedono al governo inglese lo status politico per non essere considerati criminali qualsiasi. Il governo inglese resiste duramente contro le proteste dei prigionieri che consistono nel non lavarsi e nel non accettare gli abiti destinati alla loro prigionia indossando unicamente una coperta. Inoltre gli uomini imbrattano le celle con cibo ed escrementi e versano l’urina presente nei contenitori destinati ai bisogni fisici nei corridoi del carcere. I trattamenti loro riservati sono percosse, perquisizioni fisiche con l’aiuto dei gruppi della polizia appartenenti all’antisommossa, costrizioni e maltrattamenti psicologici.
Dal marasma di prigionieri disperati emerge la figura di Bobby Sands, il quale prende la drastica decisione di indire uno sciopero definitivo della fame senza accettare alcun compromesso da parte del governo inglese al fine di ottenere diritti per i prigionieri. Il film segue la sua drammatica battaglia mostrandoci il lento declino di un corpo umano per una causa più grande: il rispetto.

Questo film è un pugno nello stomaco, un calcio negli stinchi, una pugnalata al cuore, tutto assieme: crudo, impietoso ma terribilmente credibile.
Urina ed escrementi flagellano l’occhio dello spettatore fin dalle prime sequenze, ed oserei dire che arrivano alle narici tanto la loro presenza è forte e pressante. Il tutto contrapposto alla vita che si svolge all’esterno della prigione, dove una delle guardie viene seguita durante la propria routine quotidiana, mentre si veste con una camicia a righe gialle e ocra, mentre fa una colazione tipicamente anglosassone con salsiccia e uova e si sbriciola sul tovagliolo pulito. La crudezza della prigione si insinua lentamente nella vita del film: piccole schegge, la guardia che immerge le mani sbucciate nell’acqua fredda, il controllo della strada e dell’auto per verificare che non ci siano malintenzionati o una bomba, la sigaretta fumata sotto i fiocchi di neve con la camicia blu d’ordinanza sudata.
Poi arriva il pugno e seguiamo la routine di incarcerazione di un uomo qualsiasi della IRA vestito di una giacca, un maglione e una semplice camicia che di fronte alla guardia preposta a registrarlo dice nome e cognome e dichiara di rifiutare i vestiti della prigionia per poter rimanere con i propri abiti. La prima umiliazione di una lunga serie consiste nel farlo spogliare totalmente (senza alcun rispetto per la sua richiesta) e dargli come unico conforto una coperta di lana pesante verde fogna e portarlo verso la cella, che condividerà con un altro prigioniero dalla barba e dai capelli lunghi.
La bravura di McQueen sta nel trasmetterci le sensazioni visive ed olfattive del prigioniero con incredibile efficacia, tramite una soggettiva efficace che dà quasi la nausea: la cella, come ogni altra cella del comprensorio a cui è destinato l’uomo, è totalmente ricoperta di escrementi umani misti a cibo e quasi non ci si accorge dei due letti presenti e dell’uomo accucciato sopra uno di essi. Il disgusto nostro è accompagnato da quello del nuovo prigioniero, di cui seguiamo i disagi da carcerato novello e di cui esploriamo la personalità: il bisogno d’aria pressante, non solo dovuto alla puzza dell’interno cella, lo spinge a mettere un braccio fuori dalla finestra con la grata rotta della cella per giocare con una piccola mosca. La sequenza dura più di un minuto ed è estremamente triste, perché mostra come un uomo nella più totale disperazione possa ancora essere affascinato dalla vita di una piccola insignificante mosca, che è comunque libera rispetto a lui.
Quello che trovo interessante di quella che potremmo considerare la prima parte del film è l’osservare la routine dei prigionieri che cozza pesantemente con la quiete della routine della guardia inquadrata nelle prime sequenze. Tutto è mostrato in maniera realistica e cruda e poco viene lasciato all’immaginazione, se non praticamente nulla: ogni volta che arriva del cibo, una parte viene mangiata mentre ciò che resta viene buttato sopra un mucchio di feci, il tutto pronto per essere steso sui muri della cella e di seguito si assiste anche al momento in cui il prigioniero barbuto usa la toilette defecando semplicemente nelle braghe per poi spargere il tutto sui muri della cella.
Incredibile come non ci sia niente di più disumano che non assistere a un uomo costretto a defecare in questo modo e a vivere in questo modo per protestare contro un trattamento di una durezza incredibile. La protesta porta altresì a versare tutto il contenuto del secchio per l’urina nei corridoi del carcere, nel più completo silenzio.
I dialoghi sono pochi e serrati e la maggior parte di essi avvengono quando viene presentato il personaggio di Bobby Sands, introdotto in una maniera talmente brutale da farmi rimanere a bocca aperta (e qui la bellezza di Fassbender, vi assicuro, passa in secondo piano praticamente subito e ti accorgi di quanto sia un bell’uomo solo dopo qualche sequenza, non appena smetti di essere sconvolta): il momento in cui vediamo per la prima volta questo personaggio è difatti quello in cui i prigionieri vengono costretti con la forza a lavarsi e tagliarsi barba e capelli. Prima vengono prelevati dalle celle, percossi (senza motivo alcuno), quindi portati verso i bagni dove con una violenza spaventosa vengono sbattuti contro uno sgabello, riempiti di pugni da una guardia e gettati dentro una vasca dove vengono lavati senza alcun tipo di riguardo. Alla fine del trattamento, se protestano vengono percossi fino allo svenimento e riportati quindi in cella sanguinanti e doloranti.
Credo sia una sequenza talmente efficace da giustificare lei sola la pochezza di dialoghi di cui è permeato il film, dove addirittura ci sono personaggi che non pronunceranno nemmeno una parola per tutto il tempo della loro presenza sulla scena. Il corpo ha il compito di trasmettere le emozioni e i dolori dei personaggi e il corpo viene utilizzato in tutti i modi a questo fine.
La sequenza che mi ha colpita davvero tanto è stata quella della perquisizione corporale: i prigionieri sono soliti passarsi bigliettini e quant’altro con chi viene a visitarli dall’esterno, bigliettini che sono l’unico modo per poter trattare con i politici e comunicare con il resto del gruppo all’esterno. Questi bigliettini vengono nascosti in luoghi come bocca e sfintere dove le guardie non vanno ad esaminare. Dopo l’ennesima protesta dei carcerati contro l’ennesima umiliazione da parte dei carcerieri (indossare ridicoli abiti in stile prettamente mods, oserei dire), viene organizzata una perquisizione corporale estremamente brutale.
Un gruppo di poliziotti del reparto antisommossa viene portato nel carcere, uno specchio viene lucidato e posto su un supporto a terra mentre i poliziotti entrano nel corridoio e percuotono selvaggiamente i prigionieri che vengono estratti dalle celle, i quali, tra le grida e il terrore, vengono trascinati fino allo specchio dove avviene la dolorosa perquisizione del retto e quindi della bocca: questa sequenza è tanto agghiacciante perché ricorda le perquisizioni su delle bestie piuttosto che su degli uomini. Il fatto che avvenga da uomini come loro non meno colpevoli di loro a mio avviso, rende il tutto difficile da digerire.
Bobby Sands decide di agire concretamente per tutto questo insieme di irrispettosi trattamenti da parte del governo, per protestare contro il modo della durissima Tatcher di trattare i carcerati e per la dignità umana minata costantemente da parte di uomini che hanno totalmente perduto il seme della ragione perché inseriti in un sistema folle che libera i più bassi e tremendi istinti umani contro altri esseri umani.
Lo sciopero della fame è quindi l’unica soluzione possibile, agli occhi di Sands, che spiega le ragioni del proprio agire durante un lungo dialogo con un prete che avviene tra una fumata di sigaretta e l’altra e durante il quale i due, pur essendo entrambi cattolici, avranno diversi punti nei quali trovarsi totalmente in divergenza. Qui dapprima un piano sequenza a camera fissa ci mostra i due personaggi mentre dialogano su questioni più meramente politiche; quando Sands racconta una vicenda personale che lo ha riguardato da ragazzino accendendosi l’ennesima sigaretta, la camera inquadra in primo piano i volti dei due personaggi ma sopratutto quello di Sands non appena il prete dice lui che non andrà più a vederlo. Ora Sands è davvero solo nella sua battaglia e la sua solitudine ci viene trasmessa immediatamente nelle scene successive, quando lo ritroviamo steso in un letto del ricovero della prigione visibilmente dimagrito.
Da questo punto in poi assistiamo ad un declino lentissimo e doloroso, testimoniato dalle piaghe sulla pelle, dalle urine che non escono quasi, dagli spasmi di un corpo che protesta per l’assenza di cibo, sino agli svenimenti per la tremenda debolezza fisica che lo rende dipendente dagli infermieri che lo assistono.
La magrezza raggiunta da Fassbender per interpretare questa parte è spaventosa, ma anche necessaria e non gratuita. La debolezza del suo personaggio è tale che al suo più alto punto di magrezza viene posta una gabbia di ferro fra lui e la coperta di modo che questa non lo opprima con il suo peso. E qui mi fermo nel raccontare con attenzione il film (di cui peraltro molto ho tralasciato) per qualche osservazione su come questo lavoro sia stato girato.
McQueen si dimostra un regista attento e capace, amante dei silenzi e dei dettagli, così come delle lunghe sequenze che mostrano azioni all’apparenza banali eppure necessarie al fine di creare una sensazione costante di desolazione e oppressione, le stesse subite dai carcerati.
Qualcuno sui vari blog e spazi cinefili che frequento talvolta, definisce questo film noioso e lento, ritenendo che tutto ciò sia da imputare al fatto che si tratti del primo film di McQueen e di come sia meglio la prova registica di Shame. Quello che sfugge, a mio modesto parere, è di come si stia parlando di due film diversissimi uniti unicamente dalla poetica registica di McQueen.
In Shame si parla della tremenda solitudine di un uomo malato di sesso e della sua vita solo all’apparenza perfetta e glamour, nonché del suo disperato tentativo di liberarsi da questo schifo nonché quello di sostenere la sorella che lo conosce nel profondo molto più di tutti coloro che lo circondano e che credono la sua vita sia perfetta. In Hunger si parla di diritti umani e di condizioni di vita all’estremo, si parla di persone che non hanno nulla da perdere e che combattono per una causa più grande di loro stessi. In Shame la solitudine veniva trasmessa osservando un uomo inconsapevolmente malato guardare film porno di ogni genere per ore ed ore di fila nella sua perfetta abitazione da uomo perfetto ed ordinato, in Hunger osservando un uomo deperire lentamente per una causa concreta.
In Hunger non vediamo un uomo disturbato che non sa gestire la propria vita sentimentale, bensì osserviamo un uomo perfettamente consapevole di sé e delle conseguenze di ciò che sta attuando per il bene di una collettività.
Le differenze sono molteplici e giustificano pienamente la differenza di trattamento dei due lungometraggi. Il punto è che siamo talmente assuefatti da film nevrotici e rapidissimi da non apprezzare più la bellezza di sequenze lente e non gratuite: lo stesso motivo per cui tanto cinema d’autore oggi viene costantemente snobbato (vedi certo cinema alla Bergman e alla Antonioni) a favore di un cinema chiassoso e dalle sequenze velocissime. Nel nostro paese, poi, le masse hanno la capacità di giudizio cinefilo pari a quella di un bambino di cinque anni (che forse ne capisce addirittura più di loro) e sono spinte al cinema unicamente da quanto tiri un determinato film e da quanta azione vi sia presente.
Non mi risulta che ci sia grande amore per le sequenze calibrate, i silenzi e la concentrazione. Nelle sale cinematografiche si mangia, si chiacchiera di fronte a film proposti a un volume altissimo per un costo altissimo che non lasciano niente al pubblico se non l’idea che per passare una serata divertente si possa anche andare al cinema. Il cinema può essere divertente, ma dovrebbe anche essere un modo per riflettere e per pensare, e lo dice una che le pochissime volte in cui va al cinema, va spesso a vedere sciocchezze perché non riesce a seguire film interessanti  e seri circondata da coppiette che si baciano, ragazzi che scrivono sms e danno ginocchiate alle poltroncine colpendoti esattamente nella schiena, adulti che parlano dei cavoli loro e ritardatari che entrano spargendo popcorn ovunque.

Le multisale sono state un grande modo per portare qualche spettatore in più al cinema, ma al momento stanno morendo per i prezzi altissimi delle proiezioni nonché per la qualità mediocre di film proposti che allontanano più che avvicinare perché le masse stanno restringendosi a favore di persone interessate a vedere dei bei film pagando una cifra giusta.
Ma sto divagando, perdonatemi. Non ritengo che Hunger sia un film noioso e devo ammettere di apprezzare molto la regia di McQueen nonché l’interpretazione sempre sensazionale di Michael Fassbender, che credo sia uno degli attori più promettenti in giro al momento. La sua interpretazione, assieme a quella della Wasikowska, è riuscita a salvare un film non proprio riuscito come Jane Eyre e in Shame  riesce a rendere nauseante un bell’uomo completamente nudo che fa sesso con una donna, roba non esattamente da tutti.
La preparazione a cui si sottopone Fassbender è precisa e accurata e questo si vede anche nel modo in cui il personaggio finale viene portato sul grande schermo: per questo film è evidente a tutti la pazzesca modificazione fisica a cui l’attore si è sottoposto per risultare pienamente credibile. Per quanto altri attori si sottopongano a prove di questo tipo (vedi Christian Bale per The machinist), quello che lascia senza parole in Hunger è l’estrema credibilità di Fassbender, derivata anche dalle inquadrature fredde ed essenziali del regista.
La fotografia, su cui mi soffermo spesso, è gelida, scarna e tagliente; i colori caldi non esistono se non per l’armonica tranquillità casalinga della guardia del carcere  e per l’ingenua allegria di un gruppo di ragazzi di Belfast.

VOTO: ♥♥♥♥/ (quattro cuoricini su cinque)

2 commenti

  1. Grazie per l’informazione. L’avevo inserito in memorio (nella mia memoria) come film da vedere, ma poi, come al solito, me ne ero scordato. Per fortuna che me lo hai ricordato. Grazie

  2. […] sopra. Sotto la maschera del problematico protagonista di Frank c’è Michael Fassbender (Hunger, Shame, Inglorious basterds) che interpreta un musicista malato di mente a capo di una improbabile […]

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