Film: Nove settimane e mezzo

imageNon mi venite a dire che non ci avete fatto un pensierino anche voi, donzelle lettrici, su Mickey Rourke nei tempi d’oro, prima che si devastasse viso e corpo a suon di botte chirurgia e droghe. Era un bel figliolo, diciamocelo, e aveva anche una gran faccia da stronzo, adatta al suo ruolo in 9 settimane e mezzo.
locandinapg1Vidi questo film almeno sei anni fa e l’ho rivisto, tanto per, ieri, spinta anche dalla voglia di capire bene cosa non mi sconfinferasse. Vabbé, che non sia un capolavoro lo si sa, anche se è diventato, dopo la sua uscita nell’86, un piccolo culto, grazie anche a scene come quella celebre dello spogliarello di Kim Basinger.
Nonostante il fatto che non sia un film capolavoro, penso sarebbe potuto diventare se non altro un film interessante se solo non avessero palesemente sforbiciato scene su scene per i numerosi divieti di visione ai minori ecc ecc. La prima versione, a quanto dicono produttori, regista e gente di settore, durava addirittura tre ore ed era decisamente più complessa e ricca: si parla di una sorta di patto suicida fra i due e un crollo emotivo di lei sul finire del film. Sì, un po’ Attrazione fatale per certi versi, ma non pretendiamo troppo da Adrian Lyne (Flashdance vi basta?) che già qui si sforza a sufficienza senza riuscirci.
Partiamo dal principio: trama. Lei (Lizzy) è una gallerista bellissima e bionda, dolce come lo zucchero filato e divorziata da un tipo con cui è stata sposata per tre anni. Lui (John) è un uomo d’affari affascinante che vive in un loft strafigo molto anni ’80, con sedie di design e un armadio ordinatissimo e la sua vita è avvolta da un certo mistero. Stop. Il resto è piuttosto insignificante, disposto più per fare da contorno alla storia che per reali motivi di logica.
La logica, appunto, dettaglio che manca a questo film. Tutto inizia con gli interminabili titoli di testa dove ci viene presentato il personaggio di Lizzy: vediamo lei che cammina per New York o quel che è, prende il giornale, tutti gli uomini peggio messi le fischiano dietro, lei tra la folla che osserva dei tizi che inseguono un probabile borseggiatore, lei che si copre dagli spruzzi della pioggia (?) con un giornale finché grazie al cielo non arriva di fronte alla galleria che gestisce e il film comincia.
Scene di vita quotidiana a parte, i due si conoscono quasi subito, mentre lei è da un bottegaio cinese: si guardano, lei arrosisce e lui sparisce mentre lei si infila in un taxi dopo un po’ rivedendolo di nuovo. Si incontrano nuovamente al mercato mentre lei compra un giocattolo di latta. Poi, vai a capire dove-come-perché, i due sono in un ristorante italiano che mangiano e bevono vino, lei lo chiama già per nome e sembrano una coppietta felice. E tu dici: eh? Insomma, manca palesemente un pezzo: quando si sono presentati? Quando e come è nata quella piccola complicità?
La scena successiva ci mostra che si tratta della stessa giornata perché lei ha ancora la gallina di latta comprata al mercatino, quindi si tende a ignorare questo passaggio e si guarda oltre.
Lui è un tipo strano, lei è apparentemente timida mentre in realtà è una gran porca e cominciano ad avere questa strana relazione per cui giocano, ridono scherzano e fanno sesso ma non escono mai con altre persone e lui non vuole andare ai vernissage di mostre d’arte assieme a lei. Lui vuole prendersi cura di lei, accudirla, lavare i piatti, farle da mangiare ma non vuole vedere nessun’altro. Questa storia del non-vediamo-nessuno l’hanno poi ripresa in qualche miriade di film successivo scopiazzando senza pietà da questo, ma tralasciamo anche perché ora non mi vengono a mente titoli significativi a riprova dello scopiazzamento.
In realtà il loro rapporto è chiaramente malato o perlomeno particolare, ma se lei non si facesse delle gran storie in testa sarebbe anche possibile. Ma lei comincia a dare segni di cedimento già quando lui le chiede di poterla sculacciare(!), poi le cose peggiorano quando lui le getta addosso delle banconote, con la devastazione finale del threesome e vattelapesca chi in quello squallido albergo. La fine non l’ho riguardata perché mi fa venire una tristezza: insomma, bastava lei dicesse no e se ne tornasse a casa con lui, ma lei sa che la storia può solo degenerare e quindi se ne va lasciando lui lì come un salame nel loft supercostoso. John le aveva appena fatto una dichiarazione disperata da cuore in mano e lei lo molla lì piangendo e facendo storie infinite per quel “dettaglio” dello squallido hotel.
Lei sognava la storia perfetta e le sembrava pure di averla, mentre lui era un pervertito, single a vita proprio perché probabilmente tutte le altre se la davano a gambe appena veniva fuori la sua perversione. Che poi, perversione di che? Non per fare quella libera e fiera, ma oggi ciò che accade nel film non fa più “strano” ed è accettato senza troppi problemi, al di là della scena dell’hotel. Quindi non capisco i problemi che si pone il personaggio di Kim Basinger, ma è un limite mio.
Il film non è granché, anzi a tratti fa perfino un po’ ridere (come nella scena dove fanno sesso dopo aver menato degli aggressori, cioè, dai, siamo seri!), ma credo che su di me abbia inciso Mickey Rourke negli anni d’oro, sopratutto perché il doppiaggio italiano non gli ha mai reso giustizia a sufficienza: è bravo già lì seppur in un personaggio poco approfondito, ed è un peccato che dopo Angel heart si sia rovinato perdendosi e riconquistando la fama solo vent’anni dopo con The wrestler. Se non sbaglio ha fatto anche qualche serie di serie b in Italia, una qualche coproduzione internazionale, ma devo indagare perché non ne sono certa.
Dicevo, Mickey Rourke. Il suo ritorno in grande è stato determinato da Sin City, ma prima ha commesso una serie di errori incredibili, primo fra tutti quello di partecipare ad uno squallido sequel di Nove settimane e mezzo cui nemmeno Kim Basinger ha voluto prendere parte (saggia). A proposito di Kim Basinger, che aveva vinto pure un Razzie Awards come peggior attrice protagonista, la trovo bellissima e molto affascinante ma assolutamente acerba come attrice, forse più brava quando tace e si spoglia sulle note di You can leave your hat on che altro. Insomma, bel corpo ma stop. Non l’ho mai apprezzata granché come attrice, ma dicono che poi si sia un po’ ripresa in altri ruoli, anche se io personalmente l’ho vista solo in un tremendo film con Richard Gere dove interpretava una donna cresciuta nell’ignoranza da un riccone maledetto che non sapeva nemmeno scrivere e l’ho trovata inutile (anche Gere è inutile, ma questa è un’altra storia).
Conclusione, questo film è come tutti quelli di Adrian Lyne: li guardi più di una volta perché “ah ma è quello con la scena della Beals/Basinger etc”, ma poi sono tutti uguali e tritano sempre sugli stessi argomenti tipo possessione/donne che fanno gli uomini/follia e quindi quando li rivedi ti fai una serie infinita di grosse risate. Qualcuno ha definito Nove settimane e mezzo uno spot infinito atto a vendere il prodotto sesso (cit.). Non me la sento di essere così cattiva, ma sono quasi certa che la versione da tre ore mai uscita al pubblico fosse meglio o perlomeno meglio strutturata: però se nella versione da tre ore di un film che può stare benissimo in un’ora e mezzo fai meglio, significa che non sei un bravo regista ma solo un tipo che riprende delle scene basandosi su qualcosa scritto da altri.


n.b. non potevo evitare di pubblicare il video dello spogliarello, scusate la retorica. E poi la scena in cui lui prima le regala un orologio sembrando l’uomo più dolce del mondo, poi le fa quella richiesta, con lei che ovviamente accetta subito perché in realtà è un po’ zozza dentro. No, vabbé, io rivedendola ho riso.

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