Vivo sempre insieme ai miei capelli.

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Mi sento in dovere di difendere una categoria a cui appartengo: quella del capello lungo portato con orgoglio.
Mi sento di farlo, uscendo parzialmente fuori tema dal resto dei post che pubblico sul blog, perché io appartengo a questa categoria.
No, non sono una di quelle donne che si lamentano continuamente di avere i capelli ricci perché li vorrebbero lisci, non passo ore ed ore a lustrarmi la chioma allo specchio e non applico orribili extension vantandomi di avere dei finti capelli lunghi.
Io ho sessantacinque centimentri e passa di lunghi capelli rossi, tutti veri e che non hanno mai visto in vita loro un arricciacapelli e vedono la piastra una volta all’anno quando malauguratamente la parrucchiera decide di farmela.
Difendo la categoria perché sono stufa di gente che sottovaluta il capello portato lungo o guarda chi lo porta con un certo recondito irrispetto dovuto a certi ricordi da seventies con discriminazioni annesse e connesse. So che, in quanto donna, il discorso cambia perché la donna “sta meglio” se ha il capello lungo. Non è vero, e siamo d’accordo, ma anche se lo fosse chissenefrega: io parlo del capello lungo portato in generale. Di gente che se lo taglia perché le rompono le balle. Di uomini che lo portano orgogliosi (metallari e non) e vengono scambiati per degli svitati.
La vita con il capello lungo mica è semplice, eh. Lava il capello (mezz’ora), asciuga il capello (un’ora). Legarli talvolta è un’impresa: lo chignon fa male alla testa dopo nemmeno mezz’ora, le mollette da venti euro o da cinque euro si spaccano tutte perché non ce la fanno a contenerlo. Anche sciolti hanno i loro problemi: mettersi la sciarpa diventa un attentato alla propria salute respiratoria, si rischia di soffocare nella propria chioma; mangiare diventa quasi rischioso, una potrebbe ritrovarsi un capello nel piatto.
Poi, diciamocelo, io li porto con una certa arroganza: me li sposto spesso rischiando di rovesciarli in faccia a qualche ignaro essere umano, li porto selvaggiamente senza curarmi del “taglio alla moda” dells “frangetta” o quelle cazzate lì.
Il capello lungo incuriosisce, suscita qualche invidia, ma sopratutto la gente si chiede: ma come minchia fai a non impazzire?
Come faccio non lo so, ogni tanto ammetto di avere una certa tentazione di dare una sforbiciata assassina, ma mi pento immediatamente del mio pensiero: la canzone di Niccolò Fabi mica diceva robetta da nulla, anche se tutti ridevano credendo fosse una boutade. Vivo sempre insieme ai miei capelli rappresenta ancora adesso una filosofia di vita che va al di là del trend del capello lungo. Mica è una cosa da sottovalutare il fatto di decidere di tenersi una lunghezza superiore alla media per la vita, probabilmente chi legge questo discorso si sente un attimo in procinto di mandarmi a cagare, ma io con i miei capelli mi sento perfettamente in equilibrio. Se dovessi tagliarli mi sentirei al pari che nuda, senza più carattere e personalità, priva di forza: Sansone vi dice niente?
Ho avuto qualche anno della mia vita in cui ho portato i capelli anche molto corti: ero e mi sentivo ridicola, credo di aver cominciato a trovare un mio stile quando ho deciso di lasciarmeli crescere e poi, in successione, di portarli costantemente slegati, anche a rischio di impigliarli in ogni dove.
Una serie di considerazioni all’apparenza sorte di punto in bianco, ma che hanno un antecedente piuttosto ridicolo, una inezia capitata in autobus giovedì. Salgo e mi metto nell’unico punto in cui, bene o male, si dà poco fastidio, ovvero all’altezza delle porte di uscita: basta non stare nel mezzo ed è il punto migliore. Stavo ascoltando i Nine Inch Nails a volume alto e mi facevo gli affari miei quando un tizio con uno zaino maledetto mi tira una grossa ciocca di capelli facendomi gridare, a un volume medio un corposo ahi!. Il signore blatera qualcosa e aggiunge qualcos’altro suppongo poco simpatico, io sposto i capelli che mi tiravano ancora e una signora sulla sessantina, capelli biondi corti freschi di parrucchiera rossetto rosso e sciarpa rossa mi dice con acidità “Eh, ma stia attenta con quei capelli signorina, me li sta sbattendo in faccia!”. Io le rispondo molto male dicendole che non me ne frega niente e la mando a quel paese, rimango arrabbiatissima nel mio angolo e la signora scendendo di guarda come se fossi una criminale. Mezzo autobus mi osserva come se avessi ucciso un bambino africano affamato di fronte a sua madre e scendendo la rabbia ancora non si è sopita. Mi chiedo insistentemente che colpa ne ho io se mi trovo a dover gestire i capelli che ho e che diamine sarà mai se una manciata di questi cosi che mi ritrovo finisce in faccia  a qualcuno: mica sono sporchi, che diamine! Mi sento offesa e rifletto di conseguenza su come una inezia -ripeto, ridicola anche per il mio atteggiamento verso l’arpia- relativa a una estensione morta (morta!) del mio corpo possa urtarmi così tanto da ferirmi. Forse dò una importanza eccessiva a qualcosa che importanza non ne ha, mi offendo di più se qualcuno dice qualcosa sui miei capelli che su di me, patetico no? Eppure quell’atteggiamento da parte della signora mi ha dato la strana sensazione di avere solo una fastidiosa appendice che lede lo spazio vitale degli altri cercando di affermare il proprio con una certa prepotenza. A Bologna tutte le donne che vedo hanno i capelli corti o medi. Poche hanno eccezionali o belle lunghezze e molte donne hanno addirittura capelli alla maschietta: sono tutte piuttosto anonime e insignificanti, constrette a un taglio standard dalla frenetica vita di città: solo le signore in pelliccia che guidano le Bmw e le Mercedes hanno i capelli lunghi, perché scendono dalle loro belle auto unicamente per entrare da Gucci o Armani per comprare qualcosa. In Accademia molte ragazze hanno bei capelli lunghi, ce n’è una a cui la lunghezza tocca sotto il sedere e un’altra ha un misto di rasta lunghissimi e capelli ricci in ottima salute: artisti e donne ricche possono tenerseli lunghi perché non sono costretti a una vita d’ufficio o a una vita frenetica, anche se per il primo caso non è vero al cento per cento.
Il capello lungo esce dallo standard, non va bene per la vita cittadina e urta la bolla protettiva dell’altrui persona. Un tizio mi strappa quasi i capelli dalla testa ma la colpa è mia perché li ho, non sua perché è un cafone disattento.

Io senza capelli
sono una pagina senza quadretti
un profumo senza bottiglia
una porta chiusa senza la maniglia
biglia senza pista
un pescatore sprovvisto della sua migliore esca
don Giovanni senza una tresca
io senza te uno scettro senza re

Non voglio più chiedere scusa
se sulla testa porto questa specie di medusa
o foresta
non è soltanto un segno
di protesta
ma è un rifugio per gli insetti
un nido per gli uccelli
che si amano tranquilli fra i miei pensieri
e il cielo
sono la parte di me che
mi somiglia di più

Vivo sempre insieme ai miei capelli.

Non sono venuto in motocicletta
non mi sono pettinato con le bombe a mano
non ho messo le dita
dentro la spina
non mi sono lavato con
la candeggina
sono uno di quelli che porta i suoi lunghi capelli
per scelta e non usa trucchi
e voi levatevi la parrucca

Io vivo sempre insieme ai miei capelli nel mondo

Tu senza gioielli
sei una pagina senza quadretti un profumo senza bottiglia
una porta chiusa senza maniglia
biglia senza pista
un pescatore sprovvisto della sua migliore esca
don Giovanni senza una tresca
tu senza me uno scettro senza re

Vivi sempre insieme ai tuoi gioielli
Io vivo sempre insieme ai miei capelli nel mondo
Ma quando perdo il senso e non mi sento niente
io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma
che esisto
e rappresento qualcosa
per gli altri
di unico vivo, vero e sincero
malgrado questa pietosa impennata di orgoglio
io tento ogni giorno che vivo
di essere un uomo e non un cespuglio

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