Cinema: Un Amleto di meno, Carmelo Bene

Quando mi parlano di Carmelo Bene penso sempre ad Amleto. Penso alla sua voce profonda e ricca di sfumature e difficilmente posso immaginare un Amleto meno convenzionale ma allo stesso tempo più efficace di quello impersonato da lui a teatro.
Nel 1973 diresse ed interpretò Un Amleto di meno (1973), che potete vedere per intero nel video che ho postato qui sopra. Un lavoro visivamente eccentrico e allegorico, ricchissimo, pieno di citazioni e caratterizzato da belle scenografie che mi hanno ricordato certe atmosfere create da Matthew Barney nel suo ciclo epico Cremaster.
E’ un Amleto atipico, angosciato più dalle proprie smanie di teatrante che dalla presenza insistente del fantasma paterno, che pare quasi un peso per lui; poco interessato alla vendetta, preferisce occuparsi di sé stesso e lascia ad Orazio le parti dei monologhi mentre alcuni personaggi sono addirittura trattati superficialmente, vedasi quello di Polonio.
Costumi dai colori accesi che si scontrano con fondali bianco latte, così come risalta su questi stessi fondali la figura di Orazio, una sorta di alter-ego di Amleto che si aggira vestito di nero e denso di rancore per la scena, leggendo i foglietti scritti da Amleto con sempre maggiore frustrazione, aspettando una soluzione che non c’è.
Polonio farfuglia continuamente parti dell’Edipo Re, una fra le citazioni di Bene, fra cui quella della poesia “La signorina Felicita” di Gozzano o quella denunciata dell’Amleto visto da LaForgue.
Le donne divengono personaggi succinti e privi di pudore, di cui vengono spesso inquadrati seni e sederi, e che sono occupate sovente a rimirare sé stesse di fronte a specchi; Kate, la compagna di Amleto, è una donna priva di spessore che svanisce non appena viene ucciso Amleto, così come tutti gli altri personaggi.
Splendida la scena in riva al mare, dove si trova un cimitero di croci e lapidi bianche, rivoluzione della scena del cimitero letta nell’Amleto di Shakespeare.
Tutti questi elementi e molti altri non sarebbero però nulla senza la pesante presenza scenica di Carmelo Bene, senza la sua mimica e la sua voce, ed è a lui che va riconosciuto il merito maggiore per la bellezza di quest’opera.
Si diceva appunto dei personaggi che svaniscono non appena Amleto viene ucciso da Laerte: il loro è un vero e proprio “spegnersi” improvvisamente, lasciando che si realizzi la vittoria del re ormai defunto, che si incorona da solo, privo di un volto. Le implicazioni psicologiche, il dilemma di Amleto relativo alla vendetta vengono trattati sì, ma sempre più come contorno di tutto ciò che (non) accade piuttosto che come punti cardine degli eventi. Amleto è più sveglio e meno ingenuo del personaggio shakespeariano, nei suoi confronti le indagini per scoprire cosa lo renda di malumore sono inutili, in quanto non ci sono motivi seri a preoccuparlo. Nemmeno il fantasma del padre lo sconvolge realmente, forse anche in virtù dell’alter-ego Orazio su cui gravano tutti i corrucciamenti e sui cui pare che lo stesso Amleto riversi i proprio dubbi e le proprie angosce, liberandosene.
Difficilissimo trovare significati a tutta la visionaria opera di Carmelo Bene, impossibile non notarvi molteplici riferimenti all’arte e al gusto estetico, oltre che un interessante taglio registico caratterizzato da un montaggio serratissimo e dal litote del mare agitato.

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